(Minghui.org) Tre residenti della città di Wuhan sono stati condannati al carcere per la loro fede, dopo aver attraversato due udienze colme di violazioni sulle procedure legali da parte del sistema giudiziario.

Al signor Deng Qingcai sono stati assegnati cinque anni di prigione, alla moglie, la signora Zhu Yulan, quattro anni e alla signora Cao Xiaomei tre anni e mezzo. La coppia ha presentato ricorso e il loro avvocato ha chiesto al Tribunale superiore di tenere un'audizione pubblica.

Il 21 ottobre 2015 i tre praticanti locali di Wuhan sono stati arrestati per aver spiegato alla gente i fatti riguardo la persecuzione che il regime comunista cinese attua contro il Falun Gong, una disciplina spirituale basata sui principi di Verità, Compassione e Tolleranza.

Deng resta al centro di detenzione del distretto di Huangpi e le due donne nel primo centro di detenzione della città di Wuhan.

Prima udienza: il PM lascia a metà processo

Il 18 luglio 2016 si è tenuta la prima udienza. Solo due familiari per ogni praticante erano autorizzati a partecipare all'udienza, mentre l'Ufficio 610 (*) locale (un'agenzia extra-legale con il compito di sradicare il Falun Gong e con il potere di ignorare il sistema giudiziario) ha chiesto alla corte di riservare per loro sette posti nella galleria.

Gli avvocati hanno sostenuto che nessuna legge in Cina criminalizza il Falun Gong. Inoltre il modo pacifico in cui i loro clienti hanno esposto i fatti sulla persecuzione non ha causato alcun danno a nessuno. Per questi motivi ne hanno chiesto l'assoluzione.

Siccome l'accusa non è stata in grado di specificare quali leggi gli imputati avessero presumibilmente infranto, il giudice ha proceduto ad annunciare un rinvio della sessione.

Dal momento che gli avvocati hanno protestato, il giudice ha concesso una breve pausa e la ripresa della sessione nel pomeriggio.

Durante la pausa gli avvocati hanno notato che i documenti del tribunale non riflettevano tutto ciò che era emerso in aula. Così hanno esposto immediatamente le loro preoccupazioni al giudice.

L'impiegato incaricato di contare i minuti ha risposto, "Io smetto!"

Anche il PM se ne andato subito dopo l'impiegato, senza consultarsi con il giudice.

Il giudice si è rivolto al suo supervisore, il quale lo ha incaricato di tenere un'altra udienza.

Seconda udienza: il giudice minaccia di buttare fuori gli avvocati

Il 28 luglio durante la seconda udienza, il giudice non ha imposto un limite al numero dei familiari ammessi in aula. Tuttavia c'erano molti altri ufficiali giudiziari e agenti di polizia. La corte ha anche bloccato la ricezione dei cellulari.

Gli avvocati hanno evidenziato i dubbi che hanno individuato nei verbali dell'interrogatorio della polizia, che includono le informazioni incoerenti relative all'arresto e all'interrogatorio dei tre praticanti.

Il giudice ha risposto minacciando di sbattere fuori gli avvocati se continuavano a mettere in discussione le prove del PM.

In seguito gli avvocati hanno visto un poliziotto consegnare un foglietto di carta al PM. Hanno contestato tale comportamento, ma il PM ha sostenuto che l'ufficiale era a sua volta un PM. L'accusa però aveva elencato un solo querelante.

Gli avvocati hanno sostenuto che era la polizia, la procura e la corte che stavano minando la legge e l'ordine. Essi hanno ribadito che i loro clienti non avrebbero mai dovuto essere perseguitati per aver esercitato il loro diritto costituzionale alla libertà di credo e di stampa.

Il 22 agosto la corte ha annunciato il verdetto di colpevolezza contro i praticanti.

(*)GLOSSARIO

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