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Pechino: Resoconto personale di due periodi di detenzione nel Campo di lavoro forzato femminile della città

20 Maggio 2016

(Minghui.org) Quanto segue è il resoconto personale di una praticante del Falun Gong. È stata detenuta nel Campo di lavoro femminile di Pechino per due volte in dieci anni; in tutte e due le occasioni si è rifiutata di rinunciare alla sua fede. Entrambe le vicende rivelano l'uso diffuso della tortura e del lavaggio del cervello sotto il regime comunista.

Nonostante l'abolizione nel 2013, del sistema dei campi di lavoro, la persecuzione del Falun Gong è tuttora in corso.

L'inizio

Nell'aprile del 1996, ho letto un articolo sul Falun Gong, ho comprato il libro Zhuan Falun (*) e dopo averlo letto, l'ho trovato fantastico. Da quel momento, ogni volta che nella vita ho incontrato dei problemi, ho sempre pensato ai principi di Verità, Compassione e Tolleranza come esposto nello Zhuan Falun. Il libro mi ha inoltre aiutata a comprendere il meccanismo di causa ed effetto delle cose e a come trattare le perdite e i guadagni nella vita.

Nel 1998, dopo che sono rimasta incinta, ho iniziato a praticare gli esercizi del Falun Gong. A quel tempo, me ne restavo tranquilla a casa perché avevo forti dolori addominali e qualche perdita di sangue. Ogni mattina, mi alzavo presto per praticare il Falun Gong assieme ad altri praticanti in un piccolo giardino della città. Mi sentivo rilassata e la mia salute era migliorata notevolmente. Ho eseguito tutti e cinque gli esercizi della serie persino la mattina dell'ultimo giorno di gravidanza e nel pomeriggio, sono andata in ospedale per dare alla luce mia figlia piena di salute. Ho sempre ritenuto che la pratica del Falun Gong fosse vantaggiosa sia per la salute fisica che per quella mentale.

Dopo la pacifica protesta del 25 aprile 1999 (*), la situazione è diventata tesa. Quando andavamo a praticare il Falun Gong dalle 05:00 alle 07:00 del mattino in uno spazio all'aperto di Pechino, erano sempre presenti gli agenti di polizia ad osservarci. Hanno inoltre monitorato la casa in cui la sera ci trovavamo per leggere i libri della disciplina. Il 19 e il 20 luglio 1999, siamo andati a Fuyou Street, dove si trovava l'Ufficio Statale delle Petizioni, per presentare una richiesta affinché il governo ci permettesse di praticare il Falun Gong liberamente. Siamo stati trattenuti e trasportati a bordo di un autobus in un area remota di Pechino, dove gli agenti hanno registrato tutti i nostri dati: nome, età, occupazione, indirizzo, numero di telefono e così via. A partire dal 20 luglio 1999, il Falun Gong è stato ufficialmente bandito in Cina.

Nell'azienda in cui lavoravo, i direttori del Dipartimento editoriale e delle Risorse Umane hanno fatto pressione nei miei confronti affinché smettessi di praticare il Falun Gong. Ci hanno ordinato di scrivere delle dichiarazioni di garanzia con le quali ci impegnavamo a rinunciare alla pratica. A quel tempo mia figlia aveva solo sette mesi, così feci domanda per un ulteriore congedo di maternità senza paga, per evitare lo stress mentale. Da quel momento, ho continuato a praticare gli esercizi del Falun Gong a casa mentre badavo a mia figlia.

Il primo periodo di detenzione nel campo di lavoro

Nel 2001, sono stata inviata per un anno e mezzo al Campo di lavoro forzato femminile di Pechino, perché sono stata sorpresa dalla polizia in piazza Tiananmen mentre esponevo uno striscione con scritto “Verità, Compassione, Tolleranza”. Nel primo periodo della detenzione, nei tre mesi precedenti all'invio nel campo di lavoro, sono stata trattenuta per quasi due mesi nel Centro di detenzione del distretto di Xuanwu e successivamente mandata al Centro di smistamento.

All'interno del Centro di detenzione del distretto di Xuanwu, per numerose volte nell'arco di un mese, sono stata sottoposta all'alimentazione forzata attraverso tubi di gomma inseriti dal naso. La persona incaricata di eseguire la tortura ha intenzionalmente utilizzato della zuppa oleosa salata, della farina di soia con acqua fredda o calda e altre sostanze liquide. Diverse persone mi hanno ammanettata per impedirmi di divincolarmi e poi hanno assistito quell'uomo in camice bianco che sembrava un medico dilettante. Mi hanno torturata per ottenere informazioni e dal momento che non ho detto niente (incluso il mio nome), la polizia non ha potuto mandarmi al campo di lavoro. Il nome in codice che mi avevano assegnato era “B5”. Alla fine, il medico dilettante ha ottenuto con l'inganno le informazioni che voleva. Coloro che avessero dichiarato di non praticare più il Falun Gong, sarebbero stati rilasciati.

Successivamente, sono stata trasferita al Centro di smistamento, da dove le persone venivano inviate ai diversi campi di lavoro di tutto il paese. In quell'ambiente, che veniva utilizzato per intimidire la gente, sembrava di stare all'inferno. Più tardi, siamo entrate attraverso un enorme porta nera, gli agenti di polizia armati di manganelli elettrici ci hanno costrette tutte ad accovacciarci nel cortile con le mani sopra la testa. In un cortile all'aperto, una poliziotta mi ha ordinato di scrivere una dichiarazione di garanzia con la quale mi impegnavo a non praticare il Falun Gong e a non insegnarlo alle altre detenute, ma mi sono rifiutata.

Abbiamo aspettato nel cortile per svolgere le procedure di accettazione e prima di essere assegnate alle nostre celle, ci hanno tagliato a tutte i capelli. Per fare l'accettazione, ci hanno prima fatte spogliare, dopo di che hanno portato via i nostri vestiti. Ero nuda e ho dovuto accovacciarmi di fronte a un muro, per tutto il pomeriggio. Sentivo freddo e provavo vergogna. Ogni mattina, senza alcuna eccezione, ci venivano concessi solo due minuti per lavarci il viso e i denti, e per utilizzare i servizi igienici. Se volevamo che ci venissero dati i pasti, dovevamo prostrarsi, tendere la ciotola e dire le frasi, “Salve Capitano” e “Grazie Capitano”.

La mattina, dopo esserci alzate, venivamo costrette a confezionare bacchette per il cibo con la carta o con delle buste di plastica leggera, all'interno di una stanza sporca e buia. Per tutto l'orario di lavoro, eravamo obbligate a tenere la testa china, tanto da vedere solo le scarpe delle guardie. Ho pensato che avessero paura che potessimo ricordare i loro volti.

Successivamente, siamo state portate al Campo di lavoro forzato femminile di Pechino. Nella nuova struttura, il compito principale delle guardie era quello di “trasformare” (*) le praticanti del Falun Gong, persuadendole con svariati mezzi a rinnegare la loro fede. Sono stata costretta a stare seduta su uno sgabello di plastica dalla mattina alla sera, circondata da numerose persone che facevano pressione su di me affinché rinunciassi al mio credo. Dopo aver dormito solo tre ore per notte, ero stanca e assonnata. Potevo fare un pisolino solo quando ero obbligata a stare in piedi o mentre gli agenti parlavano. Una praticante anziana mi disse di sentirsi “come un agnello in mezzo a un branco di lupi”. Una praticante è stata privata del sonno per nove giorni consecutivi ed è infine stata “trasformata”, mentre versava in uno stato di delirio. Un'altra praticante è stata costretta a scrivere sui suoi vestiti e sulla biancheria intima, delle parole offensive nei confronti del Falun Gong e del suo fondatore.

Ogni giorno, ognuna di noi doveva confezionare cinquemila paia di bacchette o fabbricare cinque chilogrammi di esche da pesca. Per una donna era molto impegnativo portare un pesante sacco di bacchette sulle spalle attraverso il cortile o fino al quarto piano. Tuttavia, se mai le fosse caduto il sacco o si fosse fermata a riposare, sarebbe stata rimproverata. L'intero corpo delle detenute era costituito da circa un centinaio di persone e tutte, tranne due o tre, eravamo praticanti del Falun Gong.

Verso la fine del 2001, sono venuta a conoscenza che l'azienda dove avevo lavorato per oltre quindici anni, mi aveva licenziata. La prima volta che mi è stato permesso di scrivere una lettera a casa, ho parlato della nostra condizione di lavoro forzato. Tuttavia, dal momento che la reale situazione delle condizioni all'interno del campo non doveva trapelare all'esterno, la lettera è tornata indietro.

Da quando avevo lasciato casa, mia figlia era molto infelice. Non ho mai pensato che sarei stata portata via da mia figlia solo perché seguivo i principi di Verità, Compassione e Tolleranza. Quello che volevamo, era semplicemente godere di buona salute ed essere persone buone. Il governo e la polizia non si sono preoccupati di perseguitare i criminali, avevano invece scelto di sopprimere le persone buone.

Rispetto ad altri che hanno sofferto ancora più di me, sono stata persino più fortunata. Ho visto la parte posteriore delle gambe di una giovane donna divenuto viola dalle percosse, per aver fatto gli esercizi del Falun Gong in piazza Tiananmen. Ho visto un giovane con le mani e i piedi ammanettati ad un letto al quale era stato inserito un catetere nella bocca, perché aveva fatto lo sciopero della fame per oltre cento giorni per protestare contro la brutalità del regime. Un soldato armato stava di guardia tutto il giorno fuori della sua stanza.

Dopo aver lasciato il campo di lavoro, mi ha fatto visita un membro del personale del comitato di quartiere. Mi ha detto che dovevo fissare un appuntamento con lui per andare alla stazione di polizia, dove ancora una volta hanno cercato di farmi rinunciare al Falun Gong. Tre settimane più tardi, ho lasciato Pechino.

Il secondo periodo di detenzione nel campo di lavoro

Sei anni dopo, mi sono nuovamente trasferita a Pechino in un altro quartiere. Il primo giugno 2011, due agenti dell'Ufficio preposto all'applicazione della legge del distretto di Dongcheng, insieme con gli agenti della stazione di polizia di Longtanhu e il direttore del comitato del quartiere di Zuoanmen, hanno perquisito la mia abitazione. Hanno rinvenuto diversi libri del Falun Gong che avevo comprato dieci anni prima, alcuni fogli delle canzoni del Falun Gong, dei segnalibri e qualche DVD. Hanno confiscato tutti e quattro i computer presenti in casa, nonostante due di loro non erano stati utilizzati da me, e mi hanno portata via.

Durante la ricorrenza della Giornata Internazionale dei Bambini io e mia figlia stavano pianificando di andare al parco. Stavamo andando a pranzo e a prendere la sua cartella clinica, che le serviva quel mese per iscriversi alla scuola media. Stavo veramente provando rimorso per non aver deciso prima di cambiare casa. Tuttavia, cinque anni dopo il mio arresto, mia figlia, che allora aveva dodici anni, mi ha raccontato di essere stata così triste da aver pianto per un'ora.

In serata, sono stata mandata al Centro di detenzione del distretto di Dongcheng e alla fine del mese, inviata al Centro di detenzione del distretto di Chongwen. A metà settembre, sono stata trasferita nuovamente al Campo di lavoro forzato femminile di Pechino.

Rispetto a dieci anni prima, c'erano stati dei cambiamenti. Invece dei secchi di plastica da usare come latrina, adesso le celle avevano i propri servizi igienici. I centri di detenzione erano più grandi e c'erano molte più persone.

Nel Centro di detenzione del distretto di Chongwen, ho incontrato molti stranieri provenienti dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Mongolia e dall'Uzbekistan. La maggior parte erano filippini, ai quali non era permesso telefonare ai propri familiari o amici. Dal momento che sia a pranzo che a cena venivano servite loro patate stufate, il loro cibo era decisamente migliore di quello riservato ai detenuti cinesi. Una giovane ragazza di diciotto anni era stitica. Stando a contatto con loro, ho avuto modo di imparare un po' di inglese, così ho potuto fare da tramite tra loro e le guardie. Quando sono stati portati al centro, la maggior parte di loro non aveva denaro ed erano praticamente sprovvisti di vestiti, asciugamani, spazzolini da denti, carta igienica, prodotti per l'igiene personale e così via. Quando abbiamo cantato assieme la canzone Sailing, “essere vicino a te, essere libero”, loro hanno pianto.

Ho ricevuto la mia prima Sentenza per la rieducazione tramite il lavoro. Dal momento che la sentenza mentiva riguardo al numero degli oggetti sequestrati nella mia abitazione – le guardie ne avevano aumentato il numero in modo da farmi avere una pena più severa – ho deciso di presentare un ricorso amministrativo. Tuttavia, non sapevo come inoltrarla. Ho chiesto se potevo contattare mio marito per trovarmi un avvocato. Poi, ho ricevuto la seconda Sentenza del campo di lavoro che confermava il giudizio di quella precedente e sono stata mandata al Campo di lavoro forzato femminile di Pechino. Il numero degli oggetti confiscati presenti nella lista era addirittura superiore rispetto a quelli indicati la prima volta.

L'edificio del Campo di lavoro femminile di Pechino era esternamente bello e di un rosa chiaro, tuttavia all'interno era decisamente tetro. Quando le guardie urlavano il nostro nome o quello della nostra cella, dovevamo rispondere “Dao!” (“Presente!”). Non ci veniva permesso di usare i servizi igenici e più volte, ad una praticante che si rifiutava di dire il suo nome non è stato concesso di usare il bagno per l'intera giornata.

Per quasi tre mesi, sono stata costretta a sedermi su uno sgabellino di plastica dalla mattina alla sera, con le altre detenute che mi controllavano. Ho potuto dormire solo per tre o quattro ore a notte ed ero esausta. Nella cella non c'era l'orologio, quindi nessuna di noi sapeva mai che ora fosse. Successivamente, la parte bassa delle mie gambe, compresi i piedi, si è gonfiata fino a raddoppiare rispetto alla dimensione normale e mi dolevano terribilmente. La pelle in quelle parti era sottile e trasparente, come la superficie di un palloncino. Ero a conoscenza che, dopo essere stata seduta su uno sgabellino senza muoversi per un lungo periodo di tempo, una donna più anziana di me stava avendo grosse difficoltà a reggersi in piedi e a camminare. E sapevo anche di una giovane donna alla quale avevano dovuto drenare il pus dalle gambe, perché le erano gonfiate.

Per distruggere la volontà della gente, venivano utilizzati anche altri mezzi. Ho sentito di una donna contro la quale è stata puntata una forte luce ed è stata circondata da tre o quattro detenute che facevano fastidiosi rumori per tutta la notte, in modo da privarla del sonno.

Per aiutare le guardie nel tentativo di “trasformarmi”, mi erano state assegnate alcune detenute con l'incarico di controllarmi. Una di loro in particolare, sorvegliava ogni mossa che facevo. Ogni giorno, consegnava un foglio alle guardie sul quale registrava ogni mia singola mossa che aveva osservato (se mangiavo, bevevo acqua, usavo i servizi igienici, avevo pensieri o emozioni, ecc.). E faceva anche la prepotente. Durante i giorni freddi, teneva la finestra aperta per farmi soffrire.

Per qualche tempo, ho avuto tre guardie femmine che mi controllavano. Avevano diverse personalità e competenze. Ricordo che una di loro aveva studiato psicologia, un'altra diritto penale e l'altra ancora filosofia. Avevano il compito di scovare le debolezze delle persone e trarne vantaggio per riuscire a “trasformarle”. La maggior parte delle guardie femmine più giovani, erano arrivate dopo il 2002. Quel lavoro ha permesso loro di divenire funzionari pubblici e di risiedere permanentemente a Pechino. Una piccola parte di loro lavorava già da molti anni e aveva maggiore esperienza. Ognuna di queste guardie era come un ingranaggio in un'enorme macchina che non si sarebbe fermato a meno che non avesse cessato di far parte di quella macchina.

Dopo che siamo state costrette a rinunciare alla nostra fede, siamo state costrette a memorizzare e ripetere le direttive ufficiali. Abbiamo anche dovuto lavorare nei campi di ortaggi in tutte e quattro le stagioni, e di tanto in tanto, ci hanno sottoposte ad alcuni test per assicurarsi che il lavaggio del cervello avesse davvero avuto effetto. Dal momento che le guardie erano cambiate rispetto a dieci anni prima, le domande erano molto ingannevoli e contenevano trabocchetti. Le guardie avevano organizzato molte attività per riempire la nostra mente e la nostra giornata. Non ci era permesso di parlare tra di noi o avere un contatto visivo. Ogni piccola camera era dotata di due telecamere di sorveglianza, così che le guardie potevano guardare e sentire tutto. Le guardie hanno assegnato ad ogni camera due o tre detenute non-praticanti, per monitorarci e riferire loro ogni nostra mossa. Ogni mese venivamo perquisite, compreso l'interno delle nostre coperte e sotto il letto. Ci dovevamo spogliare, così che potessero controllare con attenzione che non nascondessimo neanche un singolo pezzo di carta.

Il lavoro nei campi di ortaggi era molto meglio di tanti altri compiti. Abbiamo preparato il terreno con le vanghe, mescolandolo con lo sterco di vacca e il letame di pollo. Per un mese di lavoro, guadagnavamo sei yuan (meno di un euro). Abbiamo avuto un grande raccolto di pomodori, cetrioli, peperoni verdi, melanzane, cavoli, carote, arachidi, patate dolci, ecc. La maggior parte delle colture serviva a rifornire le guardie e tutto ciò che avanzava era per il nostro campo e per quello maschile.

Potevamo essere punite per qualunque cosa le guardie avessero voluto. Una volta, dal momento che non abbiamo detto “salve” ad una guardia di un altro battaglione, ci hanno punite costringendoci a gridare più di un mille volte, “Salve, capitano!”, e a scrivere per tre volte le regole della prigione. Arrivate alla sera, per avere il permesso di dormire, dovevamo recitare le regole della prigione una per una.

Una volta, ché non abbiamo cantato una canzone a voce abbastanza alta, ci è stato ordinato a tutte di stare in piedi e non ci hanno permesso di pranzare, nonostante avessimo lavorato tutta la mattina. Le guardie costringevano le detenute ad obbedire, imponendo loro queste piccole punizioni e molte regole specifiche. Hanno costretto le persone a cambiare i propri ideali, soffocando qualsiasi impulso di libertà avessimo e peggiorando le nostre condizioni di vita. Mantenere la propria integrità nel campo di lavoro ha richiesto molto coraggio e saggezza.

Sono stata rilasciata in anticipo nel giugno 2013, in quanto quell'anno è stato abolito il sistema dei campi di lavoro. La maggior parte di noi è tornata a casa, ma ho sentito che alcune praticanti sono state trasferite nei centri di lavaggio del cervello.

Dopo essere tornata a casa, ho ricevuto una telefonata dalla stazione di polizia di Longtanhu. L'agente ha detto di essere il responsabile del mio caso e mi ha convocata alla stazione per avere un colloquio. Gli ho detto che non sarei andata e lui mi ha risposto: “Può dirmi a che ora la troverò a casa? Verrò io a casa sua”.

Nonostante l'abolizione dei campi di lavoro forzato, la persecuzione dei praticanti del Falun Gong, dei loro familiari e sostenitori, sta continuando. La gente dovrebbe aumentare il proprio impegno nel fermare la persecuzione.

(*) GLOSSARIO

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