(Minghui.org) Nota dell'editore: questo è il racconto personale di una praticante del Falun Gong su ciò che ha dovuto affrontare per aver difeso la propria fede. Nel 2014 è stata condannata a quattro anni e mezzo di reclusione e nel 2015 è stata licenziata dal suo posto di lavoro. L'ufficio della previdenza sociale ha cancellato i trent'anni di servizio dal suo conto pensionistico.
Nel dicembre 2022 è stata condannata a un'ulteriore pena detentiva di tre anni e mezzo ed è stata rinchiusa nel Carcere femminile della provincia del Sichuan, dove ha subito varie forme di maltrattamento. Il 19 novembre 2024 si è fratturata il polso sinistro, inciampando e cadendo mentre veniva portata a completare un'attività. È stata recentemente rilasciata, ma è stata sottoposta a cinque anni di libertà vigilata. Non le è stato permesso di richiedere un sussidio per reddito basso, né di ricevere la pensione. La sua mano sinistra, disabile, è così debole che non riesce a sollevare nemmeno una piccola pentola.
Sottoposta a cinque anni di libertà vigilata dopo aver scontato la seconda pena detentiva
Il giorno in cui ho finito di scontare la mia pena detentiva di tre anni e mezzo, la responsabile della Divisione istruzione Liao Qiongfang mi ha accompagnata in un ufficio per incontrare quattro membri del comitato di quartiere locale. Uno di loro, di cognome Huang, mi ha ordinato di firmare diverse dichiarazioni in cui rinnegavo e denunciavo il Falun Gong.
Mi sono rifiutata di obbedire, così il signor Liao ha ordinato alle quattro persone presenti di tenermi sotto stretta sorveglianza. Ha detto loro che il mio polso sinistro fratturato non era ancora guarito e che non avevo alcuna fonte di reddito.
Sulla via del ritorno verso l’ufficio del comitato di quartiere, Huang mi ha promesso ogni sorta di sussidio se avessi rinunciato al mio credo spirituale. Ho risposto che non l'avrei fatto, poiché nessuna legge in Cina criminalizza il Falun Gong. Mi ha minacciato di non permettermi nemmeno di coltivare la terra una volta tornata nella mia città natale.
All'ufficio del comitato, il signor Huang e il segretario Du mi hanno portata al dipartimento giudiziario per una deposizione, e hanno disposto di sottopormi a cinque anni di supervisione (non disposta dal tribunale) prima di lasciarmi andare.
Una settimana dopo il signor Huang ha portato il vicecapo della polizia Lu all'ufficio del comitato di quartiere, dove stavo facendo lavori occasionali per sbarcare il lunario. Mi hanno ordinato di trasferire la mia registrazione anagrafica in un altro distretto, in modo da non dovermi monitorare. Un tizio che di cognome faceva Wang mi ha scattato delle foto di nascosto.
Mi hanno chiesto il numero di telefono e l'indirizzo di casa, che mi sono rifiutata di fornire, e non mi hanno più permesso di svolgere i lavori occasionali organizzati dal comitato di quartiere.
In seguito, mi sono recata al dipartimento giudiziario per chiedere perché mi avessero sottoposta a cinque anni di supervisione, dato che avevo già scontato la pena detentiva. Il direttore Chen non è stato in grado di darmi una risposta.
L’ufficio della previdenza sociale ha affermato che dovevo versare 15 anni di contributi per avere nuovamente diritto alla pensione, dato che avevano cancellato da tempo la mia anzianità di servizio di 30 anni. Non ho un lavoro, figuriamoci i fondi per versare tali contributi. Ho sentito parlare di un nuovo tipo di sussidio, il “sussidio previdenziale 4050”, ma ho scoperto di non avere i requisiti per richiederlo.
Non mi aspettavo di dover affrontare questo tipo di persecuzione finanziaria dopo aver scontato una seconda pena detentiva. Condivido le mie esperienze carcerarie per testimoniare ulteriormente contro il regime comunista, che prende di mira cittadini rispettosi della legge, semplicemente perché praticano il Falun Gong.
I. Gestione rigorosa
1. Monitoraggio 24 ore su 24
Nel dicembre 2022 sono stata condannata a tre anni e mezzo di reclusione per aver distribuito materiale del Falun Gong. Sono stata trasferita nel Carcere femminile della provincia del Sichuan il 31 agosto 2023; forse poiché si trattava della mia seconda condanna, non sono stata inserita nel gruppo delle detenute appena arrivate, ma sono stata assegnata direttamente alla quinta divisione, quella a regime di massima sicurezza.
A due detenute è stato ordinato di sorvegliarmi 24 ore su 24. Una di loro era Long Qingmei, una criminale recidiva laureata, condannata per appropriazione indebita di fondi dell’assicurazione sanitaria. L’altra era Huang Xiaoyan, che aveva un diploma professionale ed era stata condannata per traffico di droga.
Sono stata rinchiusa in una cella di isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e dovevo mangiare, dormire e fare i miei bisogni lì. Qingmei e Xiaoyan mi costringevano ogni giorno a guardare video e ad ascoltare registrazioni audio che diffamavano il Falun Gong e il suo fondatore. Alzavano il volume al massimo, causandomi un disagio estremo al cervello, al cuore e a ogni cellula del mio corpo. Mi gridavano che tutti i praticanti dovevano “trasformarsi”.
2. Privazione dei beni di prima necessità
All’ingresso in carcere non avevo con me alcun bene di prima necessità. Non avevo asciugamani, spazzolino da denti, dentifricio, detersivo per i piatti, shampoo, bagnoschiuma, carta igienica, né appendiabiti. Le guardie non mi hanno dato nulla e si sono rifiutate di farmi acquistare o prendere in prestito qualsiasi cosa. Ho chiesto carta e penna per scrivere un ricorso, ma la mia richiesta è stata respinta. Qingmei e Xiaoyan non mi hanno permesso di vedere i responsabili del carcere per poter presentare reclamo.
La prigione definiva il modo in cui mi trattavano uno “stile di vita speciale”, e dicevano che le mie condizioni di vita sarebbero migliorate solo se avessi rinunciato al Falun Gong.
3. Limitazione del sonno
Alle detenute comuni era permesso andare a letto alle 21:30, ma le praticanti del Falun Gong sottoposte a regime di gestione rigorosa dovevano aspettare fino alle 23:00. Alle detenute era concessa una pausa di 30 minuti a mezzogiorno durante l’estate, ma le praticanti non avevano pause.
Dovevo chiedere il permesso prima di poter usare il bagno o la toilette, e dire: “Sono la detenuta tal dei tali e chiedo di poter svolgere una determinata attività”.
4. Tortura fisica
Sono stata costretta a stare seduta in posizione militare su un piccolo sgabello rotondo alto 20 centimetri e con un diametro di 20 centimetri. Dopo lunghi periodi in quella posizione, provavo un disagio insopportabile e mi sono venute delle piaghe sui glutei. In altre occasioni, mi hanno costretta a stare in piedi o accovacciata per ore e ore. Senza il permesso delle guardie non potevo muovermi, e sono crollata diverse volte durante le torture da seduta, in piedi e accovacciata, che le guardie chiamavano “esercizi”. Queste torture non causavano lesioni esterne, ma erano estremamente crudeli.
Sapevo che anche altre praticanti erano sottoposte ad abusi simili. Zhang Xunju, sulla sessantina, che è stata rilasciata prima di me, e Xie Zicheng, di 74 anni, sono state costrette a stare in piedi in posizioni militari per tre giorni senza dormire. Peng Huanying, una statistica governativa che sta scontando una pena di quattro anni, ha mantenuto salda la sua fede nonostante gli abusi ed è stata trattata come una paziente psichiatrica, anche se non aveva alcuna malattia mentale. I suoi sorveglianti la tenevano sempre rinchiusa in cella e la costringevano ad assumere farmaci sconosciuti per lunghi periodi di tempo, di conseguenza ha sviluppato disturbi mentali e si alzava nel cuore della notte per camminare avanti e indietro. Le sue compagne di cella la schernivano. Quando sono stata portata all’ospedale della prigione per il polso sinistro fratturato, l’ho vista appena dopo che era stata dimessa dal reparto psichiatrico.
II. Il processo di lavaggio del cervello
Per raggiungere un tasso di “trasformazione” del 100%, la Divisione educativa ha messo a punto un meticoloso processo di lavaggio del cervello, che va dall’ingresso in carcere fino al rilascio. Durante la prima settimana dopo l’ammissione, ogni praticante doveva studiare il materiale propagandistico che diffamava il Falun Gong e il suo fondatore. Le veniva inoltre ordinato di firmare, alla fine della prima settimana, quattro dichiarazioni prestampate per rinnegare e denunciare il Falun Gong. Successivamente, le veniva chiesto di scrivere rapporti settimanali sui propri pensieri. Due mesi dopo, doveva essere in grado di scrivere da sola dichiarazioni contro il Falun Gong, invece di utilizzare modelli prestabiliti. La prigione avrebbe poi valutato i progressi della sua “trasformazione”. Ha poi dovuto sostenere un test con domande che diffamavano il Falun Gong. Successivamente, ha dovuto “studiare” per un mese di consolidamento. Prima del suo rilascio, ha dovuto trascorrere l’ultimo mese in prigione, studiando nuovamente il materiale diffamatorio. Le è stato poi ordinato di firmare quelle quattro dichiarazioni prima di essere rilasciata.
1. Rapporti di pensiero
La guardia Chen Jing mi costringeva spesso a riscrivere rapprti di pensiero quando li riteneva insoddisfacenti. Ha anche rimproverato la sorvegliante Huang per avermi permesso di presentare quei resoconti, Huang ha quindi redatto lei stessa alcuni resoconti per attaccare il Falun Gong e mi ha costretta a imprimerci le mie impronte digitali, Liao ha raccolto questi resoconti e li ha pubblicati in un libro.
2. Valutazione
Dopo i primi due mesi di intenso lavaggio del cervello le praticanti venivano valutate in base ai progressi compiuti nella loro trasformazione. çe sorveglianti conducevano simulazioni di valutazione per assicurarsi che le praticanti sapessero come rispondere alle domande. Le guardie ci avvertivano di non discostarci dalle risposte provate.
Liao supervisionava personalmente queste valutazioni, spesso ordinava alle praticanti di leggere le loro dichiarazioni di rinuncia davanti a tutti, mentre lei registrava tutto in audio e video. Inoltre, bombardava le praticanti di domande, del tipo: “Hai firmato tu stessa le quattro dichiarazioni? Hai scritto tu stessa la dichiarazione di critica? Sei analfabeta? (o “Hai solo un’istruzione elementare?”). Come hai potuto scrivere un articolo di critica così lungo e profondo? Il Falun Gong è una setta? Il tuo Maestro Li è un impostore? In che modo ti ha ingannata? È un essere umano o un dio? Non ti sei ‘trasformata’ per così tanti anni, perché ti sei ‘trasformata’ così rapidamente dopo essere stata messa in prigione? Cosa ti ha spinta a cambiare idea così rapidamente e a renderti conto che il Falun Gong è una setta? Ti penti di esserti ‘trasformata’? Hai paura della punizione per aver maledetto il tuo Maestro e il Falun Gong? Perché non hai paura della punizione? Continuerai a praticare dopo il tuo rilascio? Cosa farai se i tuoi amici praticanti verranno a cercarti?”.
Se la praticante non avesse dato una risposta soddisfacente, Liao avrebbe dichiarato che aveva fallito la valutazione e che doveva essere sottoposta agli stessi abusi e al lavaggio del cervello che aveva subito nei primi due mesi di detenzione. Le sorveglianti spesso peggioravano ulteriormente la vita della praticante. Le mettevano foto del fondatore del Falun Gong nella biancheria intima, sulla testa, sotto i piedi, sulla schiena, sul petto o sulle ginocchia, oppure sotto le lenzuola. Questo di solito causava alla praticante un enorme stress mentale.
3. Ho ceduto sotto pressione, ma ho smentito le mie dichiarazioni
Sotto forte pressione, nella prima settimana di detenzione ho firmato le quattro dichiarazioni contro la mia volontà. La guardia Chen mi ha finalmente dato un asciugamano, un bicchiere per il collutorio, uno spazzolino da denti e del dentifricio. La sorvegliante Long mi ha dato un rotolo di carta igienica, ma mi ha minacciato di riprendermelo se mi fossi “comportata male”.
Dieci giorni dopo, quando la guardia Chen ha parlato con me, ho detto che annullavo le dichiarazioni che ero stata costretta a firmare e ho espresso la mia intenzione di presentare una mozione per far riconsiderare la mia pena detentiva. Lei ha ribattuto: ”È ovvio che non hai studiato bene e devi unirti a un gruppo di controllo reciproco (di cui parleremo più avanti)”.
4. Tormento fisico e mentale
Poiché ho tmantenuto salda la mia fede, le sorveglianti Huang e Long mi hanno costretta a stare accovacciata, in piedi o seduta davanti al televisore, che era stato impostato al massimo volume per riprodurre video diffamatori sul Falun Gong. Hanno anche messo la foto del Maestro Li sotto il mio lenzuolo.
Non mi sono lasciata intimidire e le guardie hanno rimproverato le sorveglianti. Queste, a loro volta, se la sono presa con me, Long ha minacciato di riprendersi la carta igienica che mi aveva dato. Ho fatto uno sciopero della fame di tre giorni per protesta, e mi hanno di nuovo costretta a rimanere nella stessa posizione per lunghe ore. Quando non ce la facevo più e mi sono mossa, mi hanno dato delle ginocchiate da dietro, costringendomi a stare accovacciata o seduta. Mi hanno anche sollevato le braccia per tirarmi su e farmi stare in piedi quando disobbedivo ai loro ordini. Sono crollata diverse volte e mi hanno accusata di fingere.
Mi hanno costretta a rispondere a domande che diffamavano il Falun Gong, ma non ho risposto come volevano, quindi mi hanno ordinato di rifare tutto da capo; provavo un dolore fisico e mentale estremo.
5. Lavaggio del cervello continuo
Dopo che alla fine, contro la mia volontà, sono stata trasformata in una “detenuta modello”, mi è stato assegnato ogni giorno un lavoro forzato. Ma il lavaggio del cervello non era finito; tutte noi praticanti venivamo riunite ogni martedì pomeriggio per studiare materiali che diffamavano il Falun Gong, e poi fare i “compiti a casa”. Dovevamo scrivere un resoconto dei nostri pensieri ogni mese, fino al giorno del nostro rilascio.
Due settimane prima del mio rilascio, mi è stato ordinato di riscrivere, con parole mie, le quattro dichiarazioni che mi erano state fatte firmare al mio ingresso in prigione. Le guardie hanno anche cercato di farmi ripetere il test di valutazione, ma mi sono fermamente rifiutata di obbedire e le guardie hanno radunato quasi 20 sorveglianti per convincermi.
Liao e Chen mi hanno avvertita che disobbedire al loro ordine avrebbe portato solo a una valutazione negativa nel mio fascicolo, il che a sua volta avrebbe reso necessario che il governo locale mi tenesse sotto controllo dopo il mio rilascio.
III. Somministrazione involontaria di farmaci
Il carcere ha anche costretto me e altre detenute ad assumere farmaci di cui non conoscevamo la composizione.
1. Al momento dell'ingresso
Durante il tragitto verso il carcere ero ammanettata e continuavo a vomitare; durante la visita medica obbligatoria mi è stata diagnosticata l’ipertensione e mi sono state prescritte delle pillole.
Quando mi sono rifiutata di prenderle, la sorvegliante Huang mi ha afferrato il mento, mi ha aperto la bocca con la forza e mi ha fatto ingoiare la pillola. Mi sembrava che il mento mi si stesse quasi frantumando e il dolore era lancinante.
Ho sofferto di gravi effetti collaterali, ma le guardie e i medici della prigione non hanno ridotto la dose, né mi hanno permesso di smettere di prendere le pillole. Anche la praticante Xie, di cui ho parlato prima, è stata costretta a prendere farmaci per l’ipertensione. Ogni pomeriggio aveva il viso e il collo arrossati. Soffriva anche di vertigini, palpitazioni cardiache e debolezza. I medici della prigione hanno affermato che era normale avere tali reazioni e le hanno ordinato di continuare a prendere le pillole. Qualche mese dopo, ha sviluppato un problema cardiaco e la sua vista è improvvisamente peggiorata; era così debole che le altre detenute dovevano aiutarla a camminare o a salire le scale. Solo allora la prigione le ha permesso di smettere di prendere il farmaco.
Nel febbraio o marzo dello scorso anno si dice che a una detenuta sia stata diagnosticata la depressione e che le siano stati somministrati antidepressivi. Dopo aver assunto le pillole, aveva incubi ed era irrequieta, e urlava persino nel cuore della notte. In seguito, ha nascosto le pillole nelle maniche, ma è stata scoperta. Le è stato ordinato di partecipare a una “sessione di studio” per un mese e le sono stati detratti due dei punti di di buona condotta.
2. Non avevo abbastanza tempo per mangiare
Chi era costretto ad assumere farmaci doveva mettersi in fila ogni giorno nell’atrio del secondo piano per ricevere le pillole. Dato che ciò avveniva all’ora dei pasti, spesso non avevamo tempo sufficiente per mangiare. Le guardie sostenevano che avremmo potuto finire di mangiare dopo aver preso le pillole, ma ci costringevano anche a ripulire tutto più o meno nello stesso momento. Una volta finito di pulire, era ora di dedicarsi ai lavori forzati.
Una volta, mentre mi recavo nell'atrio del secondo piano per prendere le medicine, ho mangiato il panino al vapore che non ero riuscita a finire a colazione. La detenuta capo incaricata di sorvegliare la fila mi ha vista mangiare e mi ha sgridata senza sosta, di solito mangiavo pochissimo ed ero costantemente affamata, così ho sviluppato l'osteoporosi.
3. Prendere le pillole era umiliante
Prima che mi fossero somministrate le pillole dovevamo dire: “Sono la detenuta tal dei tali e chiedo le mie medicine”. Mentre eravamo in fila ci veniva dato un bicchiere d’acqua da tenere nella mano destra. Quando arrivava il nostro turno passavamo il bicchiere nella mano sinistra e le pillole ci venivano messe nella mano destra. A quel punto le ingoiavamo lì sul posto. Il distributore di pillole, le guardie e le detenute incaricate di sorvegliarci ci dicevano di aprire la bocca e tirare fuori la lingua per assicurarsi che le avessimo ingoiate. Dovevamo anche aprire la mano destra e scuotere le maniche per dimostrare che non le avevamo nascoste.
Se non seguivamo questa procedura, venivamo maltrattate verbalmente e fisicamente. Ad esempio, le detenute di solito mi infilavano le mani in bocca per controllare se avessi nascosto lì le pillole.
Dopo aver preso le pillole dovevamo firmare dei moduli. Una volta ho firmato tre volte e la macchina ha indicato “successo”, le guardie, tuttavia, non potevano vederlo dalla loro postazione, quindi mi è stato ordinato di partecipare a “sessioni di studio” per tre giorni.
Dopo aver firmato dovevamo metterci in fila per farci perquisire i vestiti e controllare le tasche. Dovevamo anche aprire la bocca e alzare le braccia, in modo che potessero vedere se avevamo nascosto qualcosa. Ci veniva richiesto di camminare in fila indiana, a non più di tre passi di distanza l’una dall’altra. Chi veniva considerata “fuori fila” veniva sgridata.
Tutte erano nervose all’ora dei farmaci e non osavamo emettere alcun suono; le guardie sostenevano di farlo in questo modo perché “ci tenevano”, quando in realtà questo ci causava un enorme stress mentale.
IV. Tortura in piedi, sessioni di studio e volontariato forzato
Le tre forme di maltrattamento più comunemente utilizzate nei confronti di coloro che erano ritenute responsabili di aver infranto le regole o di non aver raggiunto la propria quota di lavoro erano le seguenti.
1. In piedi davanti allo specchio
Chi non riusciva a rispettare la quota di lavoro veniva spesso costretta a stare in piedi tre volte al giorno: dopo colazione, dopo pranzo e dopo cena, davanti allo specchio all'ingresso dell'atrio del secondo piano. Se era un giorno festivo, sarebbe dovuta stare in piedi tutto il giorno. Non le veniva concesso il tempo di lavarsi, di procurarsi l'acqua calda o di rifarsi il letto. Se le venivano assegnati determinati compiti, le altre dovevano sostituirla, e così spesso se la prendevano con lei.
2. Sessioni di studio
Le sessioni di studio venivano utilizzate per tormentare coloro che non raggiungevano la quota di lavoro o infrangevano determinate regole. Dopo cena, le detenute venivano condotte in diversi piani e costrette a sedersi in posizione militare. Venivano poi obbligate a studiare il regolamento carcerario per circa un’ora. Di solito erano già le 21:00 passate quando veniva loro permesso di tornare in cella.
Ad alcune veniva ordinato di partecipare a sessioni di studio di sette giorni, mentre altre erano sottoposte a periodi più brevi. Dovevano rispondere a domande prestabilite o trascrivere il regolamento carcerario, dopo le sessioni di studio, e venivano valutate per determinare se avessero soddisfatto i requisiti.
3. Il “volontariato” involontario
Chi violava il regolamento carcerario era inoltre costretta a svolgere “lavori di volontariato”, come pulire la lavanderia, spazzare il cortile, apparecchiare i tavoli per la cena, lavare i pavimenti, lavare i piatti o lavare i tappetini sporchi. Tali lavori non retribuiti venivano svolti durante la pausa. Nemmeno le detenute più anziane ne erano esentate, e dovevano portare fuori la spazzatura tre volte alla settimana.
Se a una detenuta fosse stato assegnato troppo lavoro volontario, avrebbe potuto pagare le guardie (corrompendole), il che era uno dei modi in cui le guardie guadagnavano denaro.
4. Controllo alimentare
Le persone vittime degli abusi sopra citati dovevano rinunciare al cibo extra acquistato con i propri soldi. Se fossero state sottoposte anche a un regime di gestione rigorosa, avrebbero ricevuto solo metà dei pasti offerti dalla prigione.
Se le guardie ritenevano che qualcuno avesse commesso gravi violazioni, l'intera divisione o il piano potevano essere penalizzati, e a tutte veniva negato il cibo extra.
V. Il Gruppo di monitoraggio reciproco
Il “gruppo di controllo reciproco” imponeva a tutti i membri dello stesso gruppo di fare ogni cosa insieme, pena delle ripercussioni. Nella quinta divisione c'erano circa 420 persone, e venivamo suddivise in gruppi di controllo reciproco composti da tre a sette persone.
Ogni gruppo doveva mangiare, “studiare”, andare in bagno, chiamare le proprie famiglie e andare a letto insieme. Se qualcuno avesse fatto le cose al proprio ritmo, l’intero gruppo sarebbe stato punito. A volte le guardie coinvolgevano persino l’intera cella, l’intero piano o addirittura l’intera quinta divisione.
Le punizioni includevano studiare per una settimana e svolgere “lavori di volontariato” per diversi giorni.
Una volta mi è caduto il distintivo per sbaglio mentre preparavo lenzuola e copripiumini nel laboratorio. È capitato proprio in quel momento che il direttore del carcere venisse a ispezionare il laboratorio, ha notato il mio distintivo storto ed ha preso nota del mio nome. Tutto il mio gruppo di controllo reciproco mi ha urlato contro, temendo di essere coinvolte, ma dato faceva caldo alla fine il carcere non ci ha fatto fare le sessioni di studio.
Un'altra volta, il mio gruppo stava stendendo il bucato quando ci è stato detto di sbrigarci per passare all'attività successiva. La capogruppo mi è corsa davanti, violando la regola secondo cui le capigruppo devono essere le ultime della fila. Abbiamo esposto la regola e corretto la nostra formazione, ma le guardie ci hanno comunque criticate. È venuto fuori che un membro del gruppo ci aveva denunciate; questo meccanismo del gruppo di controllo reciproco ha davvero stravolto le menti delle persone.
VI. Norme arbitrarie che negavano i diritti fondamentali
Il messaggio più insistente durante le riunioni in carcere, grandi e piccole, era: “Dovete capire che siete delle criminali e conoscere il vostro posto all’interno del carcere”. Non avevamo alcun diritto di esprimere le nostre opinioni e venivamo sfruttate come manodopera a basso costo per fare soldi per il carcere. Le guardie stabilivano regole a loro piacimento per maltrattarci.
Una notte la telecamera di sorveglianza ha ripreso una detenuta di turno notturno mentre metteva le mani dietro la schiena. La sua divisione è stata rimproverata e a lei è stato ordinato di seguire due settimane di sessioni di studio e un mese di “lavoro volontario”. Da ciò è nata una nuova regola verbale: nessuno poteva mettere le mani dietro la schiena.
Un'altra detenuta ha messo un asciugamano sul cuscino ed è stata emanata una nuova regola che lo vietava. Quando le guardie hanno scoperto che qualcuna di noi era andata in bagno ed era arrivata in ritardo in fila per il pranzo, hanno stabilito una nuova regola secondo cui nessuno doveva usare il bagno durante l'ora dei pasti.
Le guardie erano sempre spinte a stabilire nuove regole, come non toccarsi il naso, grattarsi la testa o mettere le mani in tasca.
Dato che queste regole erano arbitrarie, era molto facile incorrere in una violazione. L’intero gruppo di sorveglianza reciproca, l’intero piano o l’intera divisione venivano quindi sottoposti a varie forme di punizione.
Ogni volta che incontravamo una guardia, dovevamo dire: “A rapporto”. Un giorno la detenuta Xu Mo si è dimenticata di dirlo mentre entrava in mensa. A lei e ad altre 10 persone è stato quindi ordinato di svolgere una settimana di sessioni di studio e diversi giorni di “lavoro volontario”.
Le guardie guadagnavano anche denaro infliggendo multe a chi infrangeva le regole.
VII. Lavori forzati estenuanti per il massimo sfruttamento
1. Sempre di fretta
“Sbrigatevi, sbrigatevi, sbrigatevi!” era l’ordine che sentivamo ripetere continuamente, mentre la prigione sfruttava al massimo il nostro lavoro gratuito. I gruppi di sorveglianza reciproca erano spesso composti da persone di età diverse. Poiché le detenute più anziane faticavano a tenere il passo, venivano maltrattate dai membri più giovani del gruppo. Molte anziane sono cadute a causa dello stress costante e si sono fratturate le ossa, tra cui le praticanti Ling Junhui, Xie Zicheng e Wang Youping.
La mattina del 19 novembre 2024 il mio gruppo di sorveglianza reciproca stava raccogliendo i rifiuti come punizione di un mese, quando la detenuta che ci sorvegliava ci ha esortate a sbrigarci perché era quasi ora di mettersi in fila per andare in laboratorio. Siamo quindi corse a raccogliere i rifiuti. Sono inciampata e caduta, ferendomi gravemente al polso sinistro.
Il mio polso si è fratturato in due punti e le estremità distale e radiale si sono lussate. I medici della prigione non sono riusciti a rimettermi a posto le ossa. Hanno detto che, al massimo, potevo aspettarmi un recupero del 70%. Ancora oggi non riesco nemmeno a sollevare una piccola pentola vuota con la mano sinistra.
Il carcere si è rifiutato di assumersi la responsabilità del mio infortunio.
2. Orario prolungato e aumento del carico di lavoro
Eravamo costrette a lavorare per oltre 10 ore e mezza al giorno, ben oltre il limite previsto dalla legge. Il carcere aveva promesso di aggiungere cosce di pollo e d’anatra ai nostri pasti, ma questo trattamento speciale è durato solo tre mesi. L’orario di lavoro non è mai stato ridotto.
Sebbene non ci fossero nuove detenute, il carcere ha sfruttato le detenute già presenti in modo così efficace che la produzione è aumentata dell’11% dal 2023 al 2024. A meno che alla detenuta non fosse stato prescritto il riposo a letto dal medico della prigione, doveva comunque recarsi in officina, anche se era malato. La sua quota di lavoro doveva essere recuperata da altri, che faticavano persino a finire la propria.
Poiché le guardie continuavano ad aumentare il carico di lavoro di tutte, sempre più detenute rimanevano indietro e venivano sottoposte alla tortura di stare in piedi nell'atrio del secondo piano. A volte fino a 160 di loro stavano in piedi contemporaneamente.
L'acqua potabile ci era limitata per ridurre la frequenza con cui andavamo in bagno, massimizzando così il tempo di lavoro per finire le nostre quote. Dovevamo riferire la nostra produzione ogni ora, eravamo spinte quasi al limite. Alcune persone ricorrevano a giochi mentali per ottenere un vantaggio in un ambiente del genere.
VIII. Inganno
Il regime comunista è noto per ricorrere a tattiche ingannevoli per ingannare e perseguitare le persone. La prigione guadagnava molto denaro sfruttando il lavoro coatto, quindi facevano di tutto per nascondere il modo in cui ci sfruttavano. Ad esempio, per legge tutte le detenute avrebbero dovuto avere un giorno libero alla settimana. Le guardie ci costringevano a compilare un modulo per “offrirci volontarie” a lavorare per mezza giornata nei giorni di riposo. Il regolamento della prigione prevedeva anche un giorno di “studio” ogni settimana, ma le guardie ci facevano lavorare mezza giornata nei giorni di studio.
I superiori venivano spesso a ispezionare la prigione, ma non vedevano cosa stava realmente accadendo. Ci veniva ordinato di dire determinate cose, altrimenti rischiavamo di essere punite.
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