(Minghui.org) Pratico la Falun Dafa (nota anche come Falun Gong) dalla fine del 1998. A causa della mia fede sono stata presa di mira dalla polizia locale e dall’Ufficio 610 e, nel 2018, mi hanno arrestata. Durante la detenzione, sono stata gentile con tutti e ho chiarito i fatti riguardo alla Dafa e alla persecuzione ingiustificata.
Chiarire la verità al medico del centro di detenzione
Il giorno in cui sono arrivata al centro di detenzione, sono stata sottoposta a una visita medica completa. Mentre ero sdraiata sul lettino, la dottoressa inseriva i dati nel suo computer. Ho pensato: “Forse non la rivedrò mai più; poiché eravamo destinate a incontrarci, questa potrebbe essere la mia unica occasione per parlarle della Dafa”.
Prima che finissi di formulare il pensiero, lei ha rotto il silenzio: “Sembri una persona autenticamente gentile. Perché sei qui?” Le ho spiegato: “Non ho commesso alcun crimine né infranto la legge. Sono qui perché pratico il Falun Gong e vivo secondo i principi di Verità, Compassione, Tolleranza. Sono innocente”. Ha smesso di fare quello che stava facendo e si è voltata verso di me, dicendo: “Falun Gong? Perché pratichi una cosa del genere?”. Sorridendo le ho risposto: “Dato il tuo lavoro, sono sicura che hai già incontrato altri praticanti della Dafa: ne conosci bene qualcuno?”.
Scuotendo la testa ha detto: “Ho sentito dire che sono tutti molto testardi, ma proprio tutti. Per questo motivo hanno sofferto molto. Mi dispiace per loro, ma proprio non capisco: perché non potevano semplicemente praticare a casa? Perché sentono il dovere di parlarne alle persone? Non ne vale la pena perdere la propria libertà per questo”.
Ho capito che era una persona gentile, e quindi le ho spiegato cos’è veramente la Dafa, come è iniziata la persecuzione e perché è sbagliata. Lei ha ascoltato attentamente. Nel frattempo gli agenti, di fuori che mi scortavano, si sono spazientiti e hanno bussato alla porta: “Perché ci metti tanto? Hai finito?” hanno chiesto. La dottoressa alzando la voce ha risposto: “Non ancora. Per favore, aspettate”. Poi si è voltata verso di me e mi ha fatto cenno di continuare.
Le ho parlato delle persone che praticano la Dafa e che hanno ricevuto benedizioni; le ho spiegato in che modo il regime comunista cinese maltratta e tortura i praticanti; le ho descritto come si sia arrivati a capire che l’autoimmolazione di piazza Tiananmen fosse stata inscenata per diffamare la Dafa. Mentre ascoltava annuiva.
Alla fine, le ho chiesto se volesse dimettersi dal Partito Comunista Cinese (PCC) e dalle sue organizzazioni giovanili, e ha acconsentito. Proprio in quel momento, gli agenti hanno spalancato la porta e hanno fatto irruzione nella stanza. La dottoressa li ha cacciati: “Uscite! Ho quasi finito”. Mi ha aiutata ad alzarmi e mi ha sistemato i vestiti prima che gli agenti mi portassero via.
“Non sono una criminale”
Sapevo che in ogni cella veniva designata una detenuta in veste di responsabile. Venivano scelte perché facevano tutto ciò che le guardie ordinavano loro di fare, in cambio di determinati privilegi e di un certo potere sugli altri. I più spietati adulavano le guardie e maltrattavano i più deboli.
Quando sono stata rinchiusa nella cella per la prima volta, entrando ho dato un’occhiata alla stanza e col sorriso sulle labbra ho chiesto: “Chi comanda qui?” C’erano più di due dozzine di detenute e tutte si sono voltate a guardarne una che ha risposto: “Non sono io ‘che comando’ qui. Sono solo momentaneamente di turno”.
“Vorrei parlarti di alcune cose”, le ho detto. Lei di rimando: “Di cosa si tratta?”. Con grande determinazione, l’ho guardata negli occhi e le ho detto: “Pratico il Falun Gong, che insegna alle persone a essere buone e a vivere secondo i principi di Verità, Compassione, Tolleranza. Sono detenuta per la mia fede, non perché ho infranto la legge. Non sono una criminale, quindi ci sono cose che non farò”.
Ho elencato le otto cose sulle dita: “Uno: non ho bisogno di essere rieducata e non farò lavori forzati. Due: non indosserò il gilet che indossano gli altri. Tre: non memorizzerò le regole e i regolamenti di questo centro di detenzione. Quattro: non chiederò il permesso prima di fare qualsiasi cosa. Cinque: non farò turni di sicurezza. Sei: non risponderò ‘presente’ a nessuno che mi chiami per nome. Sette: non risponderò ‘Sì, signora’ quando mi verrà chiesto di fare qualcosa. Otto: non parteciperò all’appello mattutino. Farò gli esercizi e mediterò ogni giorno.”
La detenuta responsabile mi ha fissata con aria assente. “Oh mio Dio. Cosa dovrei fare? Non so come gestire questa situazione.” Le detto: “So che sei tu a occuparti di queste cose. Io non ho intenzione di farlo perché non sono una criminale. Per favore, non prenderla sul personale: non sto cercando di crearti problemi. Non devi occupartene tu. Basta che dici alle guardie quello che ti ho detto e che se ne occupino loro. Passa la responsabilità a loro.”
Porgendomi un giubbotto ha detto: “Devi almeno indossare questo. Non mi interessa chi sei: finché sei qui, devi indossarlo.” Sono rimasta irremovibile. “Questi giubbotti sono per i criminali detenuti qui. Non ho infranto la legge e non lo indosserò.” Ha rimesso giù il gilet che teneva a mezz’aria.
Le ho sorriso e ho detto: “Non riuscirai a farmelo indossare. Il PCC è molto più potente di te, non è vero? Perseguita il Falun Gong da quasi due decenni, ma non ci è riuscito. Dovresti lasciare alle guardie questo compito. Tu ed io abbiamo un prezioso legame predestinato per esserci incontrate qui oggi. Non permettere che questo rovini la nostra amicizia”. Senza dire nient’altro, dopo avermi assegnato un posto letto, s’è diretta verso l’ufficio delle guardie.
Studiare la Fa e fare gli esercizi
Nella nostra cella c’era un enorme letto di legno, condiviso da tutte e 27 le detenute. Ci sedevamo sopra durante il giorno e ci dormivamo la notte. La detenuta responsabile dopo aver parlato con le guardie è tornata e mi ha spostata nel posto più esterno della prima fila del letto: ho presunto fosse un’idea delle guardie.
Ho meditato e inviato pensieri retti per lunghi periodi di tempo. Ho anche recitato la Fa che avevo memorizzato. Mi sono svegliata presto e ho fatto i cinque esercizi. Dopo essermi adattata al mio nuovo ambiente, ero pronta a cogliere l’occasione per parlare alla gente della Dafa.
La detenuta responsabile, il quarto giorno, è venuta a parlarmi e mi ha detto: “I nuovi arrivati sono esentati dal turno di notte per i primi tre giorni. Altrimenti, qui tutti devono fare un turno di notte come guardia. Probabilmente l’hai visto. Sei una praticante del Falun Gong, quindi dovresti essere premurosa. Se non fai i turni di notte, gli altri dovranno sostituirti. Qui ci sono detenute più anziane di te e alcune sono minorenni. Vuoi davvero fare questo a loro?” Lo scopo del turno di notte è sorvegliare le altre detenute e assicurarsi che non si suicidino o facciano del male ad altri.
Ho pensato: ‘Oggigiorno le persone prendono molto sul serio i propri interessi. Se non faccio i turni di notte, i detenuti penseranno che sto violando il loro tempo. Questo comprometterà la mia possibilità di chiarire loro la verità in seguito. Così ho detto alla ‘detenuta responsabile’: “Va bene. Farò i turni di notte. Non dormirò e farò gli esercizi della Dafa. In questo modo, gli altri potranno riposarsi un po’ e io avrò più tempo per gli esercizi. Puoi anche mettermi di guardia durante il riposo pomeridiano. Posso farlo tutti i giorni, così gli altri non dovranno fare il turno. In quel momento mediterò”.
Tutte nella cella erano silenziose: non si aspettavano che accettassi di fare il turno di notte né che mi sarei presa carico di turni extra, di giorno, sgravandole dal farlo loro. La detenuta responsabile era sbalordita e non sapeva come rispondere alle mie proposte.
Ho guardato i tanti volti sorpresi e ho detto allegramente: “Va bene. È deciso”. La capo cella responsabile ha detto: “Sei davvero incredibile”. Di notte facevo i cinque esercizi. Durante il mio turno di mezzogiorno, meditavo su un piccolo sgabello di circa 25 centimetri di diametro. Le mie gambe accavallate sporgevano dai lati, ma invece di sentirmi stanca, dopo un’ora di meditazione mi sentivo rilassata e riposata. Sentivo chiaramente che il Maestro Li mi rafforzava.
Le compagne di cella erano stupite di come riuscissi a incrociare le gambe su uno sgabello così piccolo. Erano anche incuriosite dai movimenti aggraziati degli esercizi. Lanciavano sguardi verso di me ogni volta che praticavo, e alcune passavano più vicine di proposito, per vedere meglio. Anche la detenuta responsabile dopo un po’ si è incuriosita. Durante l’ora di cortile, quando alcune detenute cercavano di imitare i miei movimenti, le aiutavo e correggevo la posizione delle mani. La detenuta responsabile faceva finta di non vedere.
Il letto era piuttosto alto e molte facevano fatica a salire o a scenderne. Una volta, una detenuta di quasi vent’anni più giovane di me ha provato un paio di volte, ma non è riuscita a sollevare le gambe abbastanza in alto per salire sul letto. Mi ha guardata mentre ci salivo e scendevo con facilità e con una punta d’invidia ha detto: “Sarei felicissima se fossi flessibile anche solo un decimo di quanto lo sei tu”.
Ho colto subito l’occasione per dire alle compagne di cella: “Godo di ottima salute e flessibilità perché pratico il Falun Gong”. Mi sono seduta di fronte a loro e ho incrociato le gambe nella posizione del loto completo. Gli ho raccontato come avessi iniziato a praticare e quanti benefici ne abbia tratto. Ho raccontato delle benedizioni ricevute e ho parlato della persecuzione del PCC e perché è illegale e infondata. Ho elencato le incongruenze nelle narrazioni dei funzionari governativi e i dubbi sul filmato ufficiale della cosiddetta autoimmolazione di Piazza Tienanmen per dimostrare che si trattava di un imbroglio programmato.
Le detenute ascoltavano in silenzio, compresa la detenuta responsabile seduta in fondo. Alcune hanno cercato di incrociare le gambe dopo che avevo finito, quindi ho fatto una dimostrazione e ho insegnato loro come fare la meditazione. Erano passate due ore, ma mi sono sembrate solo pochi minuti. Fare gli esercizi apertamente e con diligenza mi ha permesso di parlare della Falun Dafa con le mie compagne di cella. Ha gettato ottime basi per aiutarle in seguito a dimettersi dal PCC e dalle sue organizzazioni giovanili.
Essere gentile con tutti
Le detenute della cella provenivano da diversi contesti sociali, avevano personalità e abitudini differenti e sostenevano valori morali diversi. Era una situazione estremamente complessa, quasi una versione ridotta della società cinese. All’inizio trovavo volgare il modo di esprimersi di alcune e il loro comportamento insopportabile. C’erano momenti in cui avrei voluto farmi crescere un paio d’ali e volare via da lì. Ma quando è emersa in me la compassione, ho visto quanto fosse pietosa e disperata la condizione delle mie compagne di cella. Quelle donne erano diventate così soprattutto a causa della totale distruzione delle nostre tradizioni morali, da parte del regime comunista. Era difficile biasimarle dal momento che la società in generale è afflitta dal degrado morale e dalla corruzione. Volevo aiutarle.
Oltre ai pasti e al tempo in cortile, trascorrevamo il resto delle giornate, letteralmente, a letto. Di giorno ci sedevamo sul letto e di notte ci sdraiavamo una accanto all’altra per dormire. Era una situazione molto avvilente. La mancanza di spazio personale rendeva difficile rilassarsi: ansia e tensione erano palpabili e tutte erano sul punto di perdere il controllo. In più, alcune erano egocentriche e litigiose: discutevano di cose di poco conto che si trasformavano rapidamente in litigi o risse. Tutto diventava un dramma. Le guardie hanno provato di tutto per disciplinarle: avvertimenti verbali, rimproveri, punizioni fisiche e a volte persino violenza. La cella era spesso piena di urla e pianti.
Il centro di detenzione aveva un frequente ricambio di detenute, persone che arrivavano e andavano via in continuazione. Le nuove arrivate venivano solitamente assegnate alla prima fila del letto in modo che tutte le altre potessero sorvegliarle. Col passare del tempo, sono stata spostata, via via, nelle file più indietro e ora stavo nella zona centrale del letto. La detenuta alla mia sinistra era una giovane donna di 19 anni arrestata per abuso di droga, e alla mia destra c’era Ling, una sedicenne arrestata per prostituzione.
Le due ragazze non andavano d’accordo e finivano per litigare animatamente quasi ogni giorno. Spesso mi ritrovavo nel bel mezzo dei loro bisticci. Una volta, durante una lite, ho chiuso gli occhi e incrociato le gambe nella posizione del loto. Quando sono riuscita a calmare la mente e a rimanere seduta immobile, il rumore intorno è sembrato svanire e il centro di detenzione è scomparso, insieme a tutti i detenuti. Non riuscivo a capire dove fosse finito il mio corpo, come se fossi diventata un tutt’uno con l’universo. È stata una sensazione meravigliosa.
La volta successiva che le due si sono scontrate animatamente, ho sorriso e ho detto: “Un respiro profondo! Fate un respiro profondo. Non arrabbiatevi. La rabbia fa male al corpo. Che ne dite se vi racconto una storia?” Si sono fermate e mi hanno supplicato: “Si! Per favore. Mi piacciono molto le storie”.
Ho raccontato loro la storia di un antico funzionario imperiale di alto rango che consigliò a un parente ─ in lite col vicino per un confine ─ di cedere tre pollici del proprio terreno al vicino. Dopo aver finito di raccontare la storia, ho ripetuto la poesia che il funzionario scrisse al parente, dove spiegava che rinunciare a tre pollici di terra non è un gran problema se osservato nel contesto generale delle cose ─ la virtù sta nella rinuncia attiva. Quando ho finito di recitare la poesia, regnava un silenzio assoluto, poiché tutte stavano ascoltando.
Ho detto loro: “Ci siamo incontrate qui grazie a grandi legami predestinati. Tutte noi siamo arrivate qui in un momento difficile della nostra vita. Passiamo quasi tutto il nostro tempo insieme: condividiamo i pasti, il bagno e il letto. Non siete d’accordo che si tratti di un legame predestinato davvero profondo? E dobbiamo apprezzarlo. Più l’ambiente è ostile, più dobbiamo aiutarci a vicenda. Pensateci: se oggi non fossimo qui e vedessimo persone litigare e scontrarsi per cose così insignificanti, non lo trovereste ridicolo? Non avreste una cattiva opinione di quelle persone? Questo ambiente fa emergere il peggio di noi, ma guardatela in questo altro modo: non resteremo qui a lungo. Che ne dite di cambiare il modo di pensare e non farci provocare da qualcuno che ci urta, ci calpesta i piedi, usa un linguaggio volgare o ferisce i nostri sentimenti? Nel quadro generale delle cose, non sono poi così importanti, giusto?
“Siamo qui, tutte insieme, ogni giorno, qualunque cosa accada. Potete scegliere di agitarvi per qualcosa di banale, oppure potete scegliere di ignorarlo e passare una buona giornata. Il rapporto predestinato che condividiamo ha probabilmente richiesto mille anni per costruirsi. Non trascorriamo il nostro tempo qui, insultandoci e litigando tra di noi. Vogliamo portare energia positiva e creare legami amichevoli, giusto?”
Subito dopo tra le detenute è seguita una vivace discussione. Una ha commentato: “Vero. Verissimo. Hai proprio ragione.” Un’altra era d’accordo: “Sì. Non litighiamo e non combattiamo più”. La terza detenuta ha aggiunto: “Forse non ci rivedremo mai più dopo il nostro rilascio”. Ho condiviso con il gruppo che coltivare nella Falun Dafa e vivere secondo i principi di Verità, Compassione, Tolleranza può risolvere tutte le questioni karmiche. Finché si coltiva il proprio carattere e si cerca di migliorare, tutto può essere risolto. L’approccio è piaciuto a tutte le detenute.
“Che ne dite se ogni giorno vi raccontassi una storia della cultura tradizionale cinese?”, ho suggerito. “Vi piacerebbe?” L’idea è piaciuta a tutte “Sì. Sì, per favore.” La detenuta responsabile ha detto: “Se ci racconti una storia ogni giorno, saremo tutte tranquille e felici e non litigheremo né faremo a botte. Le guardie non dovranno più occuparsi di questo.”
Da quel momento in poi, ogni giorno ho condiviso una storia della cultura tradizionale che avevo letto sul sito web Minghui. Ho anche usato i principi della Dafa per incoraggiare le detenute a essere pazienti e premurose. Ho insegnato loro poesie tratte da Hong Yin e canzoni scritte dai praticanti della Dafa, tra cui ‘Fiore di loto’, ‘Salvezza, Nostalgia della mia patria’ e ‘Pensare con chiarezza’. Molte detenute le hanno apprezzate molto. La metà di loro ha memorizzato alcune poesie e imparato diverse canzoni. Ling, che è molto intelligente e dotata di talento musicale, ha imparato le canzoni rapidamente. Le cantava magnificamente e ha ricevuto molti complimenti.
Un giorno Ling mi ha chiesto: “Zia, cosa pensi che dovrei fare quando sarò rilasciata? Incontrarti qui mi fa pensare che forse, solo magari, posso ricominciare da capo e fare qualcosa della mia vita. Ma sono confusa e non so cosa posso fare realmente. Ci ho pensato molto ultimamente. Ho solo 16 anni: qual è il mio percorso nella vita?”
Le ho detto: “Ling, sei molto intelligente e impari in fretta. Quando vuoi fare bene qualcosa, ti impegni con determinazione. È un peccato che tu abbia abbandonato la scuola così giovane. Ma penso che, una volta fuori, dovresti trovare un’attività pratica che ti piaccia fare. Non importa quale sia. Man mano che diventerai brava, riuscirai a guadagnarti da vivere e a mantenerti. Credo in te. Troverai qualcosa che fa per te e avrai successo nella vita”.
Felice di sentire le mie parole, mi ha guardata con i suoi bellissimi occhi. “Grazie, zia. Vorrei poterti chiamare mamma. Recito ‘Falun Dafa è buona; Verità, Compassione, Tolleranza sono buone’, ogni giorno. Continuerò a farlo anche dopo il mio rilascio. Cercherò anche una copia del libro della Dafa. Voglio leggerlo.” Mi sono sentita tanto felice per lei.
Le detenute litigavano e si scontravano sempre meno, mentre si aiutavano a vicenda sempre di più. Le guardie vedendo questi cambiamenti positivi nelle detenute hanno trasferito alcune ‘detenute problematiche’, da altre celle, alla nostra, e mi hanno chiesto: “Nessuno riesce a gestirla. Potresti, per favore, darci una mano?”.
Aiutare un’insegnante in pensione a riconoscere la vera natura del PCC
La signora Li, è un’insegnante in pensione di 76 anni, è stata incarcerata nel centro di detenzione e non appena è arrivata ha iniziato uno sciopero della fame: nessuno è riuscito a convincerla a mangiare. Dopo una settimana, le guardie non sapendo più come convincerla hanno deciso di imporle l’alimentazione forzatamente. Due detenute condannate per spaccio di droga l’hanno afferrata e immobilizzata, nel frattempo le guardie le hanno inserito il sondino nel naso e le hanno somministrato del latte. È stata quindi ammanettata alla porta.
Le dolorose sessioni di alimentazione forzata non hanno scoraggiato la signora Li, che aveva deciso di morire. Non sapendo cosa fare, le guardie l’hanno portata nella nostra cella e mi hanno chiesto di aiutarla.
La signora Li mi ha raccontato la sua storia. Dopo essere andata in pensione, lei e suo marito sono tornati nella loro città natale. La sua vicina è una donna di 78 anni insicura nel suo matrimonio e sempre col sospetto che suo marito abbia una relazione. Ogni qualvolta accusava una donna del villaggio di avere rapporti inappropriati con suo marito, andava a casa sua e la affrontava in modo ostile e aggressivo. Questo agire causava sfiducia e tensione nei matrimoni e nelle relazioni delle coppie che erano state coinvolte. Nessuno la sopportava e l’intero villaggio la evitava.
La signora Li e suo marito cercavano di mantenere le distanze, ma la vicina accusava ripetutamente la signora Li di flirtare con suo marito. Una volta, la vicina ha fatto irruzione nel cortile di casa e ha insultato e maledetto il signor Li. La signora Li e suo marito l’hanno ignorata, il che ha fatto infuriare ancora di più la vicina che ha urlato sempre più forte. A un certo punto, ha raccolto un mattone, posto vicino alla recinzione, e ha iniziato a colpire la signora Li. Il marito ha cercato di strapparglielo di mano, ma senza riuscire a fermarla. Oramai fuori controllo, la vicina, ha continuato ad aggredirla col mattone e a insultarla.
Furioso, il marito della signora Li le ha urlato: “Riempiti la bocca di escrementi di maiale!”. Ed è stato in quel momento che la signora Li ha afferrato una manciata di sterco dal porcile e l’ha spalmata sul viso della vicina. Quindi la vicina, ora si presentava come vittima, e ha denunciato l’accaduto a suo figlio, vicecapo del dipartimento di polizia della contea. La signora Li è stata arrestata, mentre la vicina non è stata incriminata. Su richiesta della signora Li, un medico l’ha visitata e ha individuato 47 lividi su tutto il corpo, ma l’evidenza non è stata comunque giudicata una prova sufficiente per dimostrare che l’aggressore fosse la vicina.
La signora Li è stata arrestata e detenuta per ‘aggressione’ e le è stato imposto di scusarsi con la vicina, la madre del vicecapo. La signora Li, ovviamente, si è rifiutata e per protesta ha iniziato uno sciopero della fame.
Quando ha finito di raccontare la sua storia, la signora Li era in lacrime. “Per favore, mi dici dov’è la giustizia? Questo è puro nepotismo. Le forze dell’ordine del regime comunista puniscono gli innocenti. C’è legge in questo Paese? Per favore, non cercare di convincermi a mangiare. Voglio solo morire. Protesterò dando la mia stessa vita e mostrerò che hanno commesso un errore enorme”. Ha ricominciato a piangere.
Ho ascoltato in silenzio e le ho dato il tempo di sfogarsi. Poi le ho detto: “Signora Li, sarebbe un peccato se morissi per questo. Non ne vale la pena”. Ha smesso di singhiozzare e mi ha guardata. Le ho spiegato: “Pensaci. Se morissi, chi sarebbe triste: la tua vicina o suo figlio, che ti ha mandata qui? Proverebbero qualche rimorso se morissi? Assolutamente no. Gli unici a soffrire sarebbero i tuoi cari. Tuo figlio perderebbe sua madre: non ne avrebbe il cuore spezzato? Tuo marito perderebbe la sua amorevole moglie: non si sentirebbe triste e solo? Se oggi mettessi fine alla tua vita, daresti alla tua vicina esattamente ciò che voleva, mentre la tua famiglia ne subirebbe la perdita. Pensi davvero che ne valga la pena?”
“Sì, ti è stato fatto un torto”, ho proseguito. “Vuoi ascoltare la mia storia e dirmi cosa ne pensi? Pratico il Falun Gong. Prima di iniziare a praticarlo, per quasi un decennio, ho sofferto di molte malattie. Ho cercato cure in diversi ospedali, ma i medici non potevano fare nulla. Tuttavia, nel giro di due settimane, dall’inizio della pratica del Falun Gong, mi sono liberata completamente di tutte le malattie, e senza spendere un centesimo.
“Non pensi che dovrei essere grata? Non dovrei essere grata al Maestro Li, il fondatore della pratica? Ai praticanti della Dafa viene richiesto di coltivare il proprio carattere seguendo i principi di Verità, Compassione, Tolleranza. Dobbiamo essere sempre premurosi e gentili con gli altri. È una pratica così meravigliosa, eppure il regime comunista non riesce a tollerarla e ha arrestato centinaia di migliaia di praticanti.
“Un gruppo di agenti di polizia, verso mezzanotte, ha fatto irruzione nella mia abitazione e sono entrati direttamente nella camera da letto, mi hanno tirata fuori da sotto le coperte, al caldo, svegliandomi dai miei sogni. Altri quattro agenti si sono disposti attorno al letto, mi hanno afferrata per le braccia e trascinata in soggiorno, dove c’erano ancora altri agenti che affollavano la stanza. Mi hanno portata al piano di sotto e sbattuta sul sedile posteriore dell’auto di servizio. Gli agenti hanno messo a soqquadro la mia casa, lasciandola in uno stato di totale confusione.
“Alla stazione di polizia mi volevano imporre di scrivere una dichiarazione in cui rinunciavo al Falun Gong e facevo commenti irrispettosi nei confronti del Maestro. Hanno minacciato di mandarmi in prigione se non avessi obbedito. Non diresti che il Falun Gong sia vittima di un’ingiustizia? Non diresti che io sono stata vittima di un’ingiustizia? Sono stata arrestata e detenuta solo per aver voluto essere una brava e sana persona.”
La signora Li ha ascoltato in silenzio. Le ho detto: “Non possiamo morire, dobbiamo vivere bene. Dobbiamo denunciare al mondo le azioni malvagie del PCC. Solo quando le persone conosceranno la vera natura del Partito potranno riconoscerne le menzogne e non cascarci. Avresti un impatto molto maggiore se vivessi per condividere la tua storia e diffondere la verità”. La signora Li ha annuito con entusiasmo: “Hai ragione. Non stavo ragionando lucidamente e sono quasi morta per niente. Devo mangiare”. La detenuta responsabile ha portato rapidamente una ciotola di zuppa di verdure e un panino al vapore alla signora Li, che ha divorato.
Ho chiesto di essere spostata accanto alla signora Li, e la detenuta responsabile ha acconsentito volentieri: era molto più facile che dover gestire una persona in sciopero della fame se è lei stessa a risponderne. Con questa sistemazione, ho avuto tutto il tempo per parlare con la signora Li. Alzando leggermente la voce, mi sono assicurata che anche le altre intorno a noi potessero sentire. Ho spiegato cos’è realmente la Falun Dafa e i fatti relativi alla persecuzione ingiustificata. Ho parlato di come la Dafa si sia diffusa in molti Paesi e regioni del mondo e come oltre 100 milioni di persone ne abbiano tratto beneficio. Ho descritto in che modo l’invidia avesse spinto Jiang Zemin, ex capo del PCC, a dare il via alla persecuzione. Gli ho parlato dell’Ufficio 610, un’agenzia extragiudiziale istituita appositamente per colpire i praticanti.
Ho spiegato della messa in scena dell’autoimmolazione di piazza Tiananmen, escogitata per incastrare la Dafa. Ho parlato della pratica disumana del prelievo forzato di organi da praticanti vivi e da altri prigionieri di coscienza che incrementa una redditizia industria dei trapianti di organi sancita dallo Stato. Ho descritto la roccia trovata nella provincia del Guizhou con caratteri formati naturalmente che recitano: “Il Partito Comunista Cinese perirà”. Alla fine, ho parlato di quanto sia importante separarsi dal Partito Comunista. Mentre parlavo, nessuno mi ha interrotta.
La signora Li in poco tempo ha recuperato le forze, era diventata la mia spalla mentre parlavo della Dafa con altre detenute e le aiutavo a dimettersi dal Partito. È stata rilasciata dopo tre settimane. Prima di andarsene, mi ha detto: “Quando tornerò a casa, dirò a tutti i miei amici e alla mia famiglia di cercare informazioni sulla roccia nella provincia del Guizhou”.
Un giorno la detenuta responsabile mi è venuta accanto e mi ha sussurrato all’orecchio: “Dopo che sarò rilasciata, imparerò anch’io il Falun Gong”.
Tornare a casa con una lunga lista
Durante la detenzione a causa della mia fede, ho programmato incontri con i procuratori nel centro di detenzione per parlare della Dafa e spiegare che la persecuzione era infondata. Ogni volta che avevo l’occasione di interagire con una guardia, condividevo i fatti sulla Dafa. Con la saggezza acquisita grazie alla coltivazione, mi rivolgevo a ciascuna detenuta in modo leggermente diverso, e parlavo della Dafa da una prospettiva che loro potessero comprendere.
Chi tra loro aveva aderito al PCC, ai Giovani Pionieri e alla Lega della Gioventù Comunista ha scelto di dimettersi dal PCC e dalle sue organizzazioni affiliate. Coloro che non avevano mai aderito hanno imparato le frasi miracolose ‘La Falun Dafa è buona; Verità, Compassione, Tolleranza sono buone’.
Quando sono stata rilasciata, avevo memorizzato un elenco di 54 nomi. Erano persone che avevano scelto di dimettersi dal PCC e dalle sue organizzazioni affiliate. Non solo hanno lasciato il Partito loro stesse, ma mi hanno anche dato più di 60 numeri di telefono dei loro amici e familiari e mi hanno chiesto di chiamare i loro cari e di spiegare anche a loro i fatti sulla Dafa. Nei tre giorni successivi al mio rilascio, ho chiamato tutti gli oltre 60 numeri di telefono e ho incontrato alcuni di loro di persona per parlare della Falun Dafa.
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