(Minghui.org) La sera prima dei Giochi Olimpici del 2008, io e mio marito siamo stati arrestati dal personale dell’Ufficio 610, e dalla polizia locale che hanno saccheggiato la nostra abitazione, confiscando i libri della Dafa, e numerosi beni di prima necessità per la casa. Mio marito è stato rinchiuso nel centro di detenzione della contea e successivamente trasferito in un campo di lavoro forzato, solo per aver installato delle antenne satellitari per ricevere la New Tang Dynasty Television. Io sono stata reclusa nel centro di detenzione di un altro comune.
Il Maestro ha detto:
“In qualsiasi situazione, non cooperate con le richieste, con gli ordini o con ciò che il male istiga. Se tutti facessero così, la condizione non sarebbe questa” (“I pensieri retti dei discepoli della Dafa sono potenti”, Elementi essenziali per un ulteriore avanzamento II).
Poiché non avevo commesso alcun crimine e disconoscevo lo status di criminale, mi sono rifiutata di indossare l’uniforme carceraria, di svolgere lavori forzati o recitare il regolamento della prigione. L’istruttrice penitenziaria ha incitato i detenuti maschi a farmi indossare con la forza un gilet da detenuto. Mi hanno anche ammanettata e incatenata.
Un giorno, alcuni agenti di polizia della mia zona sono venuti al centro per interrogarmi. Dopo avermi derisa, hanno cercato di estorcere informazioni, ma sono riuscita a gestire le loro domande con saggezza e non gli ho detto niente di ciò che volevano.
Durante i primi giorni della prigionia, io e un’altra praticante facevamo gli esercizi in un punto dove le telecamere di sorveglianza non ci potevano riprendere. Una volta, proprio appena finito di farli, una detenuta è arrivata con impeto e ci ha preso le panchette che stavamo usando. Non ho detto nulla.
Poco dopo, mi sono avvicinata e le ho detto: “Sai che tipo di persona ero? Io e mia sorella maggiore eravamo sempre in contrasto. Anche se dividevamo la stessa stanza, potevo non parlarle anche per anni. Arrivavamo persino alle mani. Se quello che hai fatto fosse successo in passato, avrei iniziato subito a litigare con te. Ma non l’ho fatto, perché pratico il Falun Gong. Il mio Maestro ci insegna a trattare gli altri con gentilezza, ad astenerci dal litigare con chiunque e a essere tolleranti quando sorgono dei problemi. Ecco perché prima non ho detto una parola”.
Si è accorta di aver sbagliato, e mi ha chiesto: “Perché insisti a praticare il Falun Gong?”. Ho risposto: “Se non praticassi il Falun Gong, oggi non avremmo finito per litigare?”. Da quel momento in poi, ha smesso di essere ostile nei miei confronti.
Un giorno, la direttrice del carcere mi ha chiesto: “Se dovessi scegliere, chi sceglieresti tra tua figlia e la Dafa?”. Ho risposto: “Scelgo entrambe”. Lei ha replicato: “Non puoi! Puoi sceglierne solo una”. Ho risposto di nuovo: “Entrambe”. Mia figlia allora aveva solo sette anni ed era affidata alle cure dei nonni.
Poiché mi rifiutavo di fare lavori forzati, il sorvegliante del carcere si infuriava e veniva spesso in cella per costringermi: anche gli altri detenuti, a turno, cercavano di persuadermi. Il sorvegliante mi ha persino minacciata dicendo che, se non avessi lavorato, avrebbe chiuso l’acqua calda nella cella. Questa minaccia ha avuto l’effetto di far rivoltare tutte le detenute contro di me. La situazione si è aggravata ulteriormente; avrei voluto che capissero la verità e mi addolorava profondamente che non potessero comprendere: comunque non ho ceduto e alla fine hanno ripristinato l’erogazione dell’acqua calda.
Alcune detenute facevano ipotesi sulla mia situazione, dicendo: “Probabilmente verrai condannata a diversi anni”.
Rispondevo: “No! Non io! Non ho infranto alcuna legge. Ho solo cercato di essere una brava persona. Su quali basi potrebbero mai condannarmi?”. Resistere alla persecuzione in un ambiente così terrificante e malevolo era un grosso peso psicologico. A volte, quando mi trascinavano fuori per interrogarmi, dovevo davvero essere determinata e affrontare quella prova con la mentalità di superare totalmente la paura della morte.
Dopo un mese, mi sono chiesta: “Cos’altro mi resta da fare qui?”. Due amiche praticanti non avevano la possibilità di beneficiare degli insegnamenti della Fa, quindi ho scritto per loro tutte le poesie di Hong Yin che ricordavo. Ho anche lasciato una lettera per le detenute della mia cella con commenti gentili per ciascuna.
Ho scritto alla direttrice: “Ciao, sorella Shan! Spero che tu sia gentile come suggerisce il tuo nome [Shan significa compassione in cinese]. L’altro giorno, quando una donna piangeva perché le mancava il figlio, ho notato che hai distolto lo sguardo e ho intravisto il dolore di una madre. So che anche a te manca tuo figlio. Solo che hai scelto di non mostrarlo agli altri”.
Una delle detenute era una contabile che stava scontando una pena per appropriazione indebita presso la banca in cui lavorava. Era eloquente e pungente. Quando i suoi colleghi sono venuti a visitare il centro di detenzione, presa dalla vergogna ha cercato di nascondersi, ma una guardia l’ha chiamata fuori e l’ha umiliata.
Le ho scritto: “Quel giorno ho notato quanto fossi imbarazzata. Ti prego, non sentirti così. Non sottovalutarti. Solo quando riuscirai a rispettare te stessa, gli altri ti guarderanno con ammirazione e ti tratteranno con rispetto”.
In seguito, emozionata, mi ha confidato: “Mi hai davvero commossa. Quando uscirò, mi impegnerò sicuramente a leggere i libri della Dafa”.
Quando ho concluso con la lettera, ho sentito di aver fatto tutto ciò che dovevo fare lì, e che era l’ora di andarmene. Qualche giorno dopo, sono stata effettivamente rilasciata.
Riconosco profondamente che senza la protezione del Maestro non sarei potuta arrivare fin qui. Gli sono profondamente grata! Che la strada davanti a me sia breve o lunga, con fede incrollabile, determinata continuerò a percorrerla.
Questa è la mia comprensione. Vi prego di segnalarmi eventuali inesattezze.
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