(Minghui.org) Una praticante del Falun Gong di nome Mei (pseudonimo) ha recentemente raccontato ciò che ha vissuto e di cui è stata testimone nella Seconda prigione femminile della provincia del Liaoning. Al momento della pubblicazione di questo articolo, non è chiaro se vi sia ancora detenuta.
Secondo Mei, le autorità carcerarie incentivavano le detenute criminali a torturare le praticanti, promettendo riduzioni di pena. Entrambi i gruppi di prigioniere venivano costretti a fare lavori forzati per guadagnare denaro per la prigione, che non aveva alcun riguardo per il loro benessere.
Le autorità carcerarie si vantavano di riuscire a trasformare e riabilitare le detenute, ma molte prigioniere criminali affermavano invece che più la prigione le “trasformava”, più peggioravano. Il motivo era che l'intenso e pesante carico di lavoro e le dure condizioni di vita spesso facevano perdere loro la calma e sfogare la loro frustrazione contro le altre.
Abusi sulle praticanti del Falun Gong
Al momento dell'ingresso in carcere, le praticanti del Falun Gong venivano sottoposte a sorveglianza 24 ore su 24 da parte di detenute criminali, che costringevano loro a stare in piedi per oltre dieci ore al giorno e ordinavano loro di scrivere dichiarazioni di rinuncia alla loro fede. E se si rifiutavano di obbedire, venivano picchiate e maltrattate verbalmente, nonché sottoposte ad altre forme di abuso, tra cui la privazione del sonno, l'impossibilità di usare il bagno e di lavarsi e di lavare i vestiti. Alle praticanti veniva impedito inoltre di acquistare beni di prima necessità e ricevere telefonate dai familiari.
A una praticante non è stato permesso di indossare abiti pesanti durante l'inverno perché è rimasta salda nella sua fede e le è stata anche versata dell'acqua sulle lenzuola.
Praticanti e non costrette a svolgere lavori forzati
Mei ha rivelato che tutte le praticanti del Falun Gong venivano poi costrette a fare lavori forzati con le detenute criminali. La prigione confezionava abiti per la Li-Ning Limited (un'azienda di abbigliamento sportivo) e deveva produrre oltre 400 top e 700-800 paia di pantaloni al giorno. Il carcere veniva pagato oltre 20 yuan (circa 2,50 euro) per ogni top e 10 yuan (circa 1,25 euro) per ogni paio di pantaloni.
Per rispettare gli obblighi contrattuali, la prigione costringeva le tutte le detenute (praticanti e non) a lavorare per più di 10 ore al giorno. Secondo Mei, solo nel piano in cui era reclusa lei c'erano più di 180 detenute. Dovevano alzarsi alle 05:00 e lavarsi a turno i denti e il viso. Poi, alle 06:00, si recavano in laboratorio per fare colazione, che consisteva in un tortino, un uovo e una cucchiaiata di congee (porridge di riso).
La giornata di lavoro iniziava formalmente intorno alle 06:50 e terminava verso le 19:30. Quando tutte le detenute erano rientrate nelle loro celle si erano fatte quasi le 20:00. Coloro che lavoravano in modo insoddisfacente venivano punite con l'obbligo di stare in piedi o accovacciate in cella, e non potevano lavarsi i denti o acquistare beni di prima necessità.
Alla fine della giornata (dalle ore 20:00 alle 21:30) le guardie concedevano solo un'ora e mezza per dedicarsi all'igiene personale. Con oltre 180 persone al piano di Mei, tutte avevano a disposizione solo 5 minuti per farsi la doccia e lavarsi i vestiti. Nell'unico bagno c'erano dieci box. Le guardie non permettevano alle detenute di andare di intestino. Molte facevano fatica a resistere, perché anche nel laboratorio era loro vietato l'uso del bagno, dato che c'era solo una pausa di 10 minuti per andarci e ogni squadra era composta da più di 50 detenute.
L'estate era particolarmente atroce. Nel laboratorio, la temperatura raggiungeva spesso più di 40°C e sembrava di essere in una sauna. La maggior parte delle detenute aveva eruzioni cutanee su tutto il corpo e alcune erano persino allergiche al tessuto usato per confezionare gli indumenti. Le detenute che avevano il raffreddore o la febbre dovevano comunque continuare a lavorare altrimenti venivano punite. A una caposquadra (una detenuta incaricata di supervisionare la produzione) veniva assegnata una quota giornaliera da rispettare e, poiché veniva punita o ricompensata in base ai risultati ottenuti, rimproverava continuamente le lavoratrici.
Una prigioniera non praticante ha avuto una riacutizzazione del problema cardiaco di cui era affetta ed è stata ricoverata d'urgenza in ospedale. Tuttavia, pochi giorni dopo è stata dimessa e rimessa nel laboratorio a confezionare abiti. Un'altra è stata operata e le è stato ordinato di riprendere i lavori forzati prima che si riprendesse completamente. Una terza ha avuto una necrosi della testa del femore, ma a meno di tre mesi dall'intervento è stata costretta a lavorare di nuovo nonostante piangesse dal dolore. Alcune detenute erano costrette su una sedia a rotelle, ma dovevano comunque confezionare vestiti. Una capo sezione urlava spesso all'altoparlante: “La nostra divisione non supporta le persone inattive!”.
Molti detenute non praticanti aspettavano a gloria i giorni in cui il procuratore veniva a ispezione la struttura. Tuttavia, durante le ispezioni le guardie non osavano far lavorare le detenute in orario extra o di domenica. Una detenuta che aveva intenzione di presentare un reclamo all'ispettore, è stata rinchiusa in una cella di isolamento.
Ogni volta che una detenuta andava nell'ufficio del capo guardia, doveva fermarsi davanti alla porta e gridare “Rapporto” in posizione semi-inginocchiata e con una gamba piegata. E se il capo guardia non diceva “Avanti”, non poteva alzarsi ed entrare.
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